Chi sono

Ingegnera, cresciuta in mezzo agli psicologi

Ciao, sono Stefany Di Cori: ingegnera gestionale, Lean Six Sigma Black Belt e gamification strategist. Aiuto le aziende a trasformare processi complessi in sistemi più chiari, coinvolgenti e davvero adottati dalle persone.

Sono un’ingegnera cresciuta in mezzo agli psicologi. Una combinazione un po’ strana, lo ammetto, ma decisamente utile: mi ha insegnato a leggere i numeri senza perdere di vista le persone. Ed è lì che si decide il destino di un processo: fra quello che sulla carta dovrebbe funzionare e quello che le persone riescono davvero a portarsi nella giornata.

Ritratto di Stefany Di Cori
Un processo si capisce davvero il terzo anno. Quando non lo guarda più nessuno.

Tre numeri

14anni nella stessa azienda, fra compliance e processi
500+persone dentro i percorsi che ho progettato
20+processi ridisegnati, dalla compliance all’onboarding

Restare a lungo nello stesso posto vuol dire una cosa sola: ho visto i miei processi invecchiare. Il terzo anno, quando l’entusiasmo è finito e chi aveva scritto la procedura è passato ad altro, un processo o cammina da solo o non cammina più. È lì che ho imparato quasi tutto. I progetti si presentano. L’adozione si scopre dopo.

Il momento in cui ho capito

Un ufficio che chiedeva due persone in più

Ne è avanzata una.

Facciamo con ordine, perché detta così sembro antipatica. Un ufficio mi chiede risorse aggiuntive: il carico era alto davvero, la richiesta era argomentata bene, e a occhio, ma proprio a occhio, quel lavoro le persone che c’erano potevano farlo.

Potevo dire di sì, e sarei stata simpatica. Potevo dire di no, e sarei stata quella che non capisce cosa vuol dire stare lì dentro. Ho fatto la terza cosa, che è anche la più scomoda per tutti: sono andata a guardare.

Quello che ho trovato non era troppo lavoro. Era lavoro messo nel posto sbagliato. Il carico non seguiva né le competenze né le attitudini delle persone che ce l’avevano addosso: c’era chi passava le giornate su cose che le riuscivano lentissime, e chi non toccava mai quelle in cui era bravo. E metà delle attività si facevano in un certo modo per due sole ragioni: perché qualcuno le aveva insegnate così, o perché un cliente, una volta, le aveva chieste così. Nessuno aveva più rifatto quella domanda. Non per pigrizia: perché non era compito di nessuno rifarla.

Così non ho scritto un’analisi e non gliel’ho presentata. Ho messo loro davanti il loro stesso flusso, e li ho lasciati guardare.

I primi giorni sono stati brutti. Guardare il proprio lavoro dall’esterno somiglia moltissimo a un esame, e loro si sentivano esaminati. Poi, a un certo punto (e non saprei dire il giorno), hanno smesso di difendersi e hanno cominciato a spostare le cose da soli. Alla fine uno di loro mi ha detto che non lavorava così sereno da anni. Quella frase lì è la ragione per cui faccio questo mestiere.

Le due persone in più non sono arrivate, e una di quelle che c’erano è andata a lavorare in un altro ufficio, dove serviva davvero. Lo scrivo perché è successo: chi promette che riorganizzare non ha conseguenze sta vendendo qualcosa. Ma la conseguenza è stata quella: una scrivania spostata, non una lettera.

La cosa che ho capito lì è che nessuna procedura riscritta avrebbe spostato quel carico di un centimetro. Potevo riscriverla dieci volte, più chiara ogni volta: il problema non era che le persone non capissero cosa fare. Era che il processo era stato costruito senza guardare in faccia chi lo attraversava.

Da quel giorno ho smesso di pensare che una procedura scritta bene bastasse, e ho cominciato a progettare l’attraversamento invece del processo. Detta così sembra una frase da convegno; detta come si dice davvero è più banale: se vuoi che una cosa venga fatta, devi renderla la cosa più conveniente da fare per chi la fa. È quello che il resto del mondo chiama gamification, e che quasi tutti confondono con i punti e le classifiche.

Il Game Stream Mapping è nato lì. Non da un corso: da un ufficio che chiedeva due persone in più e non ne aveva bisogno.

Era quasi la fine dei miei quattordici anni là dentro. È servito il tempo di capire tre cose in fila: che quella roba lì la sapevo fare, che serviva a molte più aziende di una, e che per portarla in giro dovevo smettere di essere una dipendente. Poi ho aspettato ancora un po’, perché uscire fa paura anche quando hai ragione.

Un processo non si adotta perché è scritto bene. Si adotta perché conviene attraversarlo.

Cosa ho lasciato dietro

Sei processi, e camminano ancora

Sono i sei che ho ridisegnato in quegli anni. Nessuno di questi ha più bisogno di me: è l’unica misura di adozione di cui mi fido, e ci vogliono anni per averla.

Richieste di acquisto

Digitali dalla richiesta all’ordine, con i campi che cambiano a seconda di cosa stai chiedendo e le approvazioni che partono da sole.

Da 21 giorni a 2

Non conformità

Si apre da un modulo, il gruppo di lavoro si forma da solo in base alle competenze, la discussione sta in un canale dove la vedono tutti, l’azione correttiva si traccia fino alla chiusura e la lezione imparata resta.

−70% sul tempo di gestione. E +80% di non conformità aperte

Manutenzioni

Un canale solo al posto di email, WhatsApp e corridoio. Ogni apparecchio ha la sua scheda con la checklist, e la lezione imparata su una macchina ricompare come possibile soluzione alla manutenzione dopo.

Presa in carico da 2 giorni a pochi minuti. Rendiconto ore, calendario e inventario: a zero, li fa il sistema

Campionature

Il processo non esisteva: l’ho costruito, software compreso. Richiesta personalizzabile, scheda prodotto e codice articolo generati da soli, costificazione automatica, tutto collegato all’applicazione che segue i lead.

Un canale solo per produzione, commerciale e logistica. Riallineamenti: zero

Carichi di lavoro

Il lavoro segue le competenze e le attitudini, non l’abitudine. Si ascoltano le persone e si guarda ogni passo insieme, per separare il necessario dal rumore.

Due persone richieste, zero assunte, una riallocata

Sistema qualità

Da raccoglitore da consultare a sistema da attraversare. Le buone pratiche circolano, e le procedure le conosce chi le deve applicare invece di chi le ha scritte.

Da zero persone che lo aprivano a venti: tutti gli uffici

Uno per esteso · le non conformità

Il registro delle spie

Prima, una non conformità si apriva quando non se ne poteva fare a meno. Chi ne apriva una passava per quello che fa la spia sul collega, quindi se ne aprivano poche, e quasi tutte di fornitura, perché dare la colpa a chi sta fuori non costa niente a nessuno. Quelle di processo, cioè le uniche che servono a migliorare qualcosa, non le apriva praticamente mai nessuno.

Ho fatto le cose che ci si aspetta: il modulo al posto del foglio, la tracciabilità su lotti, aree, reparti, clienti e fornitori, le azioni correttive seguite fino in fondo, la lezione imparata archiviata dove qualcuno la ritrova. Ma non è nessuna di queste che ha cambiato il risultato. È che la discussione è diventata collettiva e visibile: il gruppo di lavoro si forma da solo per competenza, e si parla in un canale dove leggono tutti. Aprire una non conformità ha smesso di voler dire indicare qualcuno, e ha cominciato a voler dire mettere un problema in mezzo al tavolo.

Il tempo di gestione delle non conformità di fornitura è sceso del settanta per cento, perché le cause diventavano note invece di restare opinioni. E quelle di processo aperte sono cresciute dell’ottanta.

Il secondo numero è quello che conta, ed è quello che nessuno mette nelle slide perché sembra un peggioramento. Non lo è. Vuol dire che l’ottanta per cento di problemi che prima restavano in giro adesso stanno scritti da qualche parte, con un nome sopra e un gruppo di lavoro sotto.

Un’azienda che apre più non conformità non ne produce di più. Ha smesso di nasconderle.

Le quattro certificazioni

Cosa ci faccio, non cosa ho studiato

Un attestato dice che ho passato un esame. Qui c'è la parte che interessa a te: cosa cambia, per la tua azienda, il fatto che io abbia quel pezzo di carta.

Le certificazioni dicono cosa ho studiato. Se ti interessa invece cosa ci faccio, sta tutto nel mazzo delle competenze: cinque carte, e una che sta sotto tutte le altre. Guarda il mazzo →

Sustainability Manager

Ti scrivo una politica di sostenibilità che le persone riescono a seguire, non solo a firmare. E i dati ESG li raccogli dal processo, non da una caccia al tesoro a fine anno.

Lean Six Sigma Black Belt

So misurare se un processo è migliorato davvero o se ci siamo solo raccontati bene. È la differenza fra un quick win e una sensazione.

HSE Manager

Parlo la lingua di chi ha la responsabilità penale della sicurezza. Serve, quando arrivi a proporre di cambiare una procedura che qualcuno ha firmato.

Internal auditor ISO 9001 · 14001 · 45001

Conosco le norme dall'interno: so distinguere i vincoli che la norma impone davvero da quelli che ci siamo aggiunti nel tempo e che poi nessuno si è più fermato a rimettere in discussione.

Le domande che mi fanno sempre

Prima che me lo chiediate voi

Sono le domande che arrivano nelle prime call, nell’ordine in cui arrivano. Se ne manca una, scrivimela e la aggiungo.

Chi è Stefany Di Cori?

Sono un’ingegnera gestionale, Lean Six Sigma Black Belt e gamification strategist, e faccio una cosa sola: progetto l’attraversamento di un processo, non il processo. La differenza sembra sottile e non lo è. Un processo progettato bene descrive cosa dovrebbe succedere; un attraversamento progettato bene fa sì che succeda, perché tiene conto di chi lo percorre, di quanto gli costa e di cosa ci guadagna. Ho imparato a distinguere le due cose in quattordici anni dentro la stessa azienda, guardando i miei processi invecchiare.

Che differenza c’è fra un consulente e una fractional operations officer?

La delega. Un consulente analizza, consiglia e consegna; poi la decisione resta all’azienda, e se non viene presa il progetto muore in un cassetto senza colpa di nessuno. Io entro con un ruolo: decido, firmo, e rispondo di quello che succede dopo. Fractional vuol dire che quel ruolo lo faccio a tempo parziale, perché una PMI raramente ha bisogno (o modo di permettersi) un direttore operations a tempo pieno. Ma il perimetro di responsabilità è quello di un direttore, non quello di un fornitore.

Perché una che si occupa di gamification arriva dalla qualità e dalla sicurezza?

Perché è lì che ho capito la cosa che regge tutto il resto: le persone non disobbediscono, calcolano. Chi salta un passaggio della procedura non è indisciplinato: ha fatto un conto, e la strada ufficiale gli costava più di quanto rendeva. In qualità e sicurezza quel conto lo vedi ogni giorno, perché c’è una norma scritta, c’è un audit che la verifica e c’è la realtà del reparto, e le tre cose non coincidono quasi mai. Da lì a progettare perché il passo giusto convenga, invece di ripetere che è obbligatorio, il passaggio è breve.

Con quali aziende lavori?

Con aziende che hanno un processo fisico da attraversare: un turno, un reparto, un passaggio di mano, una firma che deve arrivare da qualche parte. Soprattutto PMI manifatturiere, perché è il mondo in cui ho quattordici anni di mestiere e dove capisco al volo di cosa si sta parlando, ma la condizione vera non è il settore: è che ci siano delle persone che quel processo lo percorrono con le mani occupate. Dove il lavoro succede solo su uno schermo, il mio metodo serve molto meno.

Con quali aziende non lavori?

Tre situazioni, e le riconosco quasi sempre entro la seconda riunione. La prima: chi ha già deciso la soluzione e cerca qualcuno che la esegua: lì servono braccia, non una diagnosi, e faccio perdere tempo a entrambi. La seconda: chi vuole il documento e non il cambiamento, cioè la procedura per l’ente, il report per la banca, la certificazione per il bando, mentre il processo può continuare tranquillamente a non funzionare. La terza: chi cerca il colpevole, cioè chi vuole un’analisi che dimostri di chi era la colpa. Da quel lavoro esco, e lo dico prima.

Serve che l’azienda sia già Lean, o che abbia già le certificazioni?

No, e spesso è meglio di no. Un’azienda che ha già fatto tre progetti Lean finiti male ha le persone stanche, e la stanchezza è il terreno più duro su cui lavorare: chiunque arrivi dopo viene letto come il quarto che promette la stessa cosa. Chi non ha mai fatto niente ha almeno la curiosità intatta, che vale più di qualsiasi metodo già installato. L’unico prerequisito vero è che qualcuno (il titolare, un responsabile, chiunque) sappia indicare il passaggio che fa perdere più tempo. Da lì si parte.

Quanto tempo passi in azienda?

Dipende dal livello, e lo dico prima di cominciare. Nello Sprint diagnostico passo una settimana dentro, dove il processo vive, e il resto del mese lo uso per portare a casa il primo quick win. Nell’Adozione strategica la presenza è distribuita su sei-dieci settimane, perché un comportamento nuovo ha bisogno di essere visto più volte per diventare normale. Nella Partnership la presenza si stabilisce sulle necessità reali e si rivede strada facendo: l’obiettivo dichiarato è che serva sempre meno, perché il giorno in cui il processo cammina senza di me è il giorno in cui ho fatto il mio lavoro.

Il prossimo livello

Adesso tocca al tuo processo

Mezz'ora, un processo vero, i tuoi dati. Ti dico dove lo vedo incepparsi e da dove partirei. E se non sono la persona giusta te lo dico lì, che è più veloce per tutti e due.